mercoledì, ottobre 08, 2008

PHILIP K. DICK – Avrebbe avuto ancora molto da dire?

“Se un uomo conosce il suo futuro, egli non ha più un futuro”. Con questa bellissima e semplicissima frase, tratta dal racconto I labirinti della memoria (purtroppo trattato veramente male dal regista John Woo nella trasposizione cinematografica Paycheck, con un pessimo Ben Affleck e un’ottima Uma Thurman, non sufficiente a dare concretezza alla pellicola) lo scrittore Philip Dick ci spiega cos’è per lui la fantascienza: un viaggio intorno all’uomo e non una finestra aperta su ipotetici scenari a venire.

Può sembrare strano annoverare tra gli autori incompiuti uno scrittore che nella sua carriera ha dato alle stampe trenta romanzi e oltre un centinaio di racconti per diverse migliaia di pagine.
Ma se non fosse morto, nel 1982, a soli 54 anni, con le sue parole dove altro ci avrebbe potuto trasportare, cos’altro ci avrebbe fatto sognare? Inoltre, come molti scrittori degli anni sessanta, anche Dick accettò un meccanismo “capestro” proposto dagli editori: lo scrittore riceve un congruo anticipo sulla base di una semplice sintesi della trama di un libro. In questo modo, la casa editrice diventa “proprietaria dell’idea” che potrà diventare “storia completa” solo se sarà la stessa casa a pubblicarla. Dick è tra i pochi scrittori che ha vissuto esclusivamente dei proventi dei suoi lavori letterari (più qualche lecture nelle università) e non tutti i suoi romanzi sono diventati poi dei libri, per cui di lui sono noti almeno due inediti, Joe Protagoras è vivo e si trova sulla terra (aprile 1967) e Il nome del gioco è morte (giugno 1967). Il primo presenta già nel titolo una caratteristica particolare per i protagonisti abituali di Dick: questi normalmente hanno nomi piuttosto comuni ed immediati da Mike Fox a Joe Chip. Con Joe Protagoras sembra voler un approccio diverso: è possibile che in questo libro si voli alto, passando dalla semplice fantascienza alla filosofia, in quanto nel progetto, Joe Protagoras, persona comune al centro dell’universo, è vivo ed è sulla terra, ma… è l’unico abitante! Il secondo è imperniato su una specie di gioco da tavolo, ovviamente immaginario. E dal gioco si dipanano la possibile trama e le vite dei protagonisti.
Nel 1967, entrambi questi abbozzi di romanzo, che ad un certo punto Dick considerava come un unico progetto, vennero rifiutati da diverse case editrici (lo scrittore li aveva ceduti ad un editor free agent, il quale poi li presentava alle varie case). Dieci anni più tardi, visto il crescente interesse per lo scrittore, la Berkeley Books avrebbe voluto pubblicare Protagoras ma Dick non lo trasformò mai in un romanzo compiuto.

Philip Kindred Dick (Chicago 1928 - Fullerton, California 1982), scrittore statunitense, ha contribuito con i suoi scritti a reinventare il genere fantascientifico, integrandolo con quelle che sono state le esperienze lisergiche e psichedeliche degli anni sessanta, ma soprattutto affrontando il futuro con un approccio rigorosamente filosofico, in cui si racconta del modo in cui l’individuo, singolo e non società, si misura con la realtà che lo circonda e quanto riesce a comprenderla, interpretarla e viverla, nonostante un Trascendente che spesso “gli rema contro”.
Su queste basi, Dick diventerà il padre putativo di uno dei movimenti letterari moderni più importanti e più particolari, già nella denominazione, il cyberpunk.

Autore controverso, Dick ha saputo rendere con pessimismo e stile personale le smagliature improvvise e vertiginose nella apparente normalità del quotidiano, proponendo scenari futuristici quasi sempre letti e interpretati con gli occhi dell’uomo comune, presentando i nuovi mondi come se fossero le più normali evoluzioni di quello attuale.
E a pensarci bene, fate un confronto con quanto poco si siano realizzati tanti sogni degli scrittori di Sci-Fi che leggevamo ammirati 30/40 anni fa. Che fine hanno fatto i viaggi al centro della terra di Jules Verne o le macchine del tempo di Wells? Quanto delle mirabolanti invenzioni che attraversavano i mondi di Flash Gordon è oggi diventato di uso comune? Quasi nulla: niente macchine volanti, niente alieni, niente raggi laser che teletrasportano gli oggetti e nemmeno le presunte “case intelligenti” che ogni tanto le riviste segnalano come di imminente realizzazione.

Dick sceglie – nei suoi romanzi più belli – di raccontare i semplici travagli dell’individuo, da un lato a confronto con le domande classiche alle quali l’umanità da sempre cerca invano di dare risposte, dall’altro ponendo i protagonisti nella condizione di dover affrontare la routine quotidiana del semplice impiegato.

Nel suo libro più famoso, uscito con il titolo “Do the Androids Dream of Electric Sheeps?” (Gli androidi sognano pecore elettriche?) nel 1968, poi distribuito come “Il cacciatore di androidi”, e divenuto per tutti Blade Runner, grazie al film culto di Ridley Scott, il protagonista Rick Deckard, poliziotto specializzato appunto nella caccia agli androidi, si trova non solo a dover individuare ed eliminare robot che sono, per certi versi, più umani degli uomini che li hanno creati (tanto che diventa praticamente impossibile riuscire a distinguere fra l’essere artificiale e l’essere vero, biologico) ma a dover gestire una moglie annientata dai messaggi subliminali della tv (la società è gestita da una sorta di talk show televisivo e da un apparecchio che determina lo stato emotivo delle persone), che gli rimprovera sostanzialmente di essere un fallito perché non guadagna abbastanza da permettersi di tenere un vero animale in casa (i gatti sono diventati rarissimi ed economicamente inarrivabili, una pecora è il massimo dell’aspirazione) e di doversi accontentare di una pecora elettrica. E in più Deckard vuole sapere com’è fare l’amore con un androide - ormai talmente perfezionati da provare sentimenti e sensazioni quasi umani – ma la curiosità che esprime al riguardo è facilmente equiparabile a quella di un marito che, in risposta alle problematiche familiari, non disdegnerebbe una qualsiasi relazione extraconiugale, che lo stesso vuoto gli resterà dentro quando l’incontro avverrà.

L’uomo di Dick ha bisogno di creare dei simulacri artificiali di riferimento contigui ed espressione di quella cultura della droga (specie se allucinogena) che lo scrittore approfondì senza remore: divinità artificiali da paradisi artificiali!
Ma queste entità sono anche la sua ossessione, giacché (mutuando il “1984” di Orwell e il “Noi” di Zamjatin) il potere/simulacro, tra i suoi principali obiettivi, ha quello del controllo occulto del singolo. In questo, autobiograficamente, viene riproposto come Dick, contrario alla partecipazione americana alla guerra in Corea, insofferente verso la destra americana e verso il maccartismo, sia stato sotto il costante controllo del FBI, assiduamente presente nella sua vita intima e lavorativa (si dice che addirittura strinse un buon rapporto di amicizia con i due agenti incaricati del suo controllo….)

Cultura della droga, realtà apparenti e soggettive, difficoltà di definire il Divino ed il Reale e, all'interno del Reale, l'Umano (che sfuma continuamente nei suoi simulacri artificiali), controllo occulto sugli individui... queste le tematiche della sua sregolata, ma geniale produzione narrativa, permeata da quell'alone di tragico pessimismo che l'autore si portò appresso per tutta la vita.

Dick aveva iniziato come molti, scrivendo racconti e inviandoli per posta alle riviste specializzate. Nel 1952, vendette il suo primo racconto, “The Little Movement”, apparso su “Magazine of Fantasy & Science Fiction”. Il primo romanzo, “Solar Lottery”, uscì tre anni dopo, nel 1955, quando Dick non aveva ancora trent'anni. Nel solo arco degli anni '50 scrisse undici romanzi e oltre settanta racconti al di fuori del genere fantascientifico e tutti ricevettero il rifiuto alla pubblicazione (soltanto “Confessioni di un artista di merda” fu poi pubblicato).

Nel 1958 abbandona la vita della metropoli per Pt. Reyes Station. Gli anni '60 sono per lui un periodo particolarmente tumultuoso: il suo stile cambia, si fa più interiore e diventa sempre più pressante la domanda, per Dick legata ai mutamenti indotti dall'evoluzione tecnologica, “che cos'è che fa di un uomo un uomo?” Nel 1962 pubblica “The Man in the High Castle” (tradotto in Italia come “La svastica sul sole”) che gli farà ottenere nel 1963 il premio Hugo e con esso la consacrazione ad autore di primo piano.

La trama di LA SVASTICA SUL SOLE è inquietante: negli Stati Uniti d'America, nel 1962, la schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è colonizzata dal Giappone. Vent'anni prima le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il pianeta, compresa l'America: da una parte, verso la costa est, ci sono gli Stati Uniti dell’Est, sotto il controllo di Berlino; dall’altra, la California, asservita al regime di Tokyo, dove la moda del momento è l’acquisto di vecchi oggetti yankees. In mezzo, gi Stati delle Montagne Rocciose e le pianure del Midwest, da dove si cerca di emigrare, anche clandestinamente verso New York, che semplicemente non hanno nulla. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L'Africa, in soli quindici anni è stata svuotata dei suoi abitanti: i tedeschi l’hanno ridotta ad un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l'Italia ha ottenuto solo le briciole dell'immenso potere dell'Europa: le è stata concessa una parvenza di autonomia (e questa, in fondo, non è fantascienza). Tra i due vincitori sono in corso importanti trattative, per scongiurare un nuovo conflitto, mentre i tedeschi sono pronti a conquistare Marte e, se necessario, atomizzare il Giappone. I protagonisti, come sempre, sono le persone comuni, un artigiano ebreo, una maestra di judo, un commerciante. E a disegnare il corso degli eventi, il millenario libro di I CHING, con le sue capacità divinatorie (e soprattutto le sue infinite possibile interpretazioni) e un testo clandestino che racconta come l’Asse abbia perso la guerra….

Il ritmo di scrittura impressionante (negli anni '60 diciotto romanzi e venti racconti, oltre sessanta pagine al giorno), portò Dick ad un nuovo divorzio, a rifugiarsi sempre più in medicine e droghe e, nel 1966, a sposare una donna schizofrenica che contribuirà non poco a spingerlo verso un declino sempre più inarrestabile. Da questo periodo uscirono i suoi due scritti più rappresentativi: oltre al già citato "Il cacciatore di androidi" e "Ubik” (1969 – uscito in Italia come Ubik, mio signore nel 1972), frutto di quelle esperienze con l’acido lisergico, che giocarono un ruolo così importante per tanti artisti. Dick ha cercato nell'LSD motivi di ispirazione, visioni che fossero slegate dalla percezione normale, piatta, del mondo; e se è lecito giudicare dai risultati senza perdersi in troppo facili moralismi, va detto che i suoi sforzi sono stati tutt'altro che inutili. Le geniali allucinazioni di cui si nutre “Ubik” non sarebbero forse mai nate da una mente che non avesse provato l'ebbrezza del trip acido. Dall’LSD al trascendente, per Dick il passo è breve: nel processo di sfaldamento della realtà, dove è impossibile distinguere l’essere artificiale dall’essere biologico c’è bisogno della divinità e Ubik, l'enigmatica presenza che si materializza sotto infinite spoglie, è l'ente superiore ma allo stesso tempo è anche un banalissimo spray per uso domestico, e in ogni caso, buona parte della storia si svolge in un mondo che non esiste, in un sogno creato da qualcuno che dovrebbe essere morto...

Gli anni settanta, durante i quali continua ad avere una vita sentimentale non certo tranquilla, lo vedono combattere con paranoie e anfetamine e poi, il 2 marzo del 1974, la vita di Dick cambia: ha quella che lui stesso definisce una “esperienza mistica”. Ricomincia a scrivere romanzi molto diversi da quelli scritti in precedenza, e perde interesse per la narrativa breve e indirizza tutto il suo entusiasmo verso un sogno ambizioso: una trilogia di romanzi con tendenze mistiche: la trilogia di Valis (comprende i romanzi: “Valis”, “The Divine Invasion” e “The Transmigration of Timothy Archer”). Un infarto, il 2 febbraio 1982, lo stroncherà mentre sta lavorando ad un nuovo romanzo, “The Owl in Daylight”.

Come scrittore, Dick è sempre rimasto fedele ai temi classici della fantascienza, ma li ha impiegati in maniera personalissima,con un discorso letterario la cui coerenza e profondità d'ispirazione ha pochi eguali. Tutte le sue opere più importanti, ruotano attorno al tema realtà/illusione, in cui si proiettano l'angoscia e la fragilità dell'uomo contemporaneo. Nei suoi ritratti del futuro, dai paesaggi urbani agli scenari post-nucleari, troviamo i temi di sempre: la violenza del potere, l'alienazione tecnologica, il rapporto fra esseri umani e creature artificiali. All'interno di società disintegrate, i suoi personaggi cercano affannosamente un barlume d'umanità e la riaffermazione di un principio morale.

Ma c’è un’altra caratteristica importante che permea tutti gli scritti di Philip Dick: l’avversità per il potere, che nei suoi testi si manifesta sempre sotto forma di dittatura. In Labirinto di morte vige uno Stato di Polizia con poteri illimitati, dove i bambini sono responsabilizzati a fare la spia contro i loro genitori (chissà se Pol Pot lo aveva letto….); in Un oscuro scrutare il potente occhio del Grande Fratello vigila in ogni angolo, anche il più remoto, in I Simulacri gli Stati Uniti d'Europa e d'America sono governati da una coppia incantevole: der Alte, il presidente, e la First Lady, vero motore del potere, popolare e amatissima star televisiva, fra complotti, conflitti sociali tra élite e massa, verità nascoste e realtà offerte al pubblico.

Dick ci ha lasciato in eredità una bellissima domanda: come possiamo distinguere, in ciò che vediamo, il reale dall'immaginario? Non ha fatto in tempo a raccontarci la risposta. Ma ci saremmo potuti fidare o sarebbe stato l’ennesimo scenario immaginario?

A chiudere, detto di Blade Runner e Paycheck, vale la pena citare gli altri film che provengono dalla penna di Philip Dick, giustamente omaggiato dai migliori registi di fantasia oggi attivi:
  • Atto di forza, liberamente tratto dal racconto "We can remember it for your wholesale", con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, per la regia di Paul Verhoeven;
  • Minority Report, tratto dal racconto omonimo, con Tom Cruise e Colin Farrell, regia di Steven Spielberg, cammei di Meryl Streep, Cameron Diaz e Ramona Badescu (!);
  • Screamers (L’armata sotterranea), con Peter Weller;
  • Un oscuro scrutare, con Keanu Reeves, è uscito nel 2006. La droga ormai è nell'aria stessa che respiriamo (Ipotesi ripresa da Tommaso Pincio in "La ragazza che non era lei") grazie alle multinazionali. Come difendersi?

domenica, ottobre 05, 2008

L'eternauta: fu davvero roba per ragazzi?

L’Eternauta è sicuramente qualcosa di più di un fumetto. Per tutta una serie di motivi. Il primo è la struttura atipica, quella del “romanzo circolare” che si autoriproduce e finisce lì dove era cominciato. All’inizio è una bellissima nevicata che ancora non fa presagire di essere portatrice terribile di morte. Il suo ritorno riporta il lettore nel senso di angoscia che lo ha accompagnato per tutto il tragitto, nello spazio e nel tempo, al fianco del protagonista, Juan Galvez, e dei suoi amici, dall’ingegnoso Ferri al giornalista Ruiz, dal giovane Pablo all’eroico Alberto, e delle due figure femminili della storia, Marta ed Elena, figlia e moglie di Juan.
Il secondo motivo che non ci permette di “liquidare” l’Eternauta come un fumetto – e quindi cadere nel tipico errore di considerarlo “roba per ragazzi” – è la sua reale collocazione nello spazio e nel tempo.

Il luogo.
Hector Oesterheld comincia a scrivere la storia nel 1957. L’Argentina ha vissuto fino a due anni prima la fase populista del regime di Peron, è impazzita per sua moglie Evita; rispetto al resto del Sudamerica c’è stata una maggiore industrializzazione, anche se l’instabilità politica non consente il decollo dell’economia, e lo sviluppo sembra volgere verso livelli occidentali. Nulla fa presagire che di lì a circa 15 anni si andrà incontro ad una delle dittature più sanguinarie e irrispettose dei diritti umani. Dello stesso autore e delle sue quattro figlie più nulla si sa: scomparsi come tante altre migliaia di loro connazionali, sicuramente uccisi da militari che con la loro crudeltà sono riusciti ad andare oltre qualsiasi meccanismo di oppressione possa essere dettato da fanatismo religioso o ideologico.

Il tempo.
L’Eternauta, suo malgrado, diventa un lavoro “contemporaneo” nel momento in cui viene pubblicato in Italia. Siamo a metà degli
anni settanta, nel 1977 per l’esattezza. L’11 settembre 1973 l’esperimento di socialismo illuminato di Salvador Allende in Cile è stato soffocato nel sangue. La dittatura militare di Pinochet – così come quella di Videla in Argentina o di Stroessner in Paraguay – utilizza il metodo della distruzione fisica e psicologica degli avversari politici. Tutti noi abbiamo visto le scene tremende di migliaia di persone radunate e rinchiuse all’interno dello stadio di calcio di Santiago. E proprio in uno stadio di Buenos Aires si rifugiano i pochi sopravvissuti alla nevicata letale. Le due immagini si sono inevitabilmente sovrapposte nella nostra mente, ritenendo che Hector Oesterheld si fosse ispirato a quello che, come noi, aveva visto in tv. Dopo molto tempo avremmo invece scoperto che, chissà, forse era stato Pinochet a trarre suggerimento dal racconto del fumettista argentino.

Dicevamo della nevicata fosforescente. Inizia così. Chiunque la respiri o vi entri in contatto, muore. Galvez è in casa a giocare a carte con alcuni amici. Si rendono conto che non è il caso di uscire. Aspettano nella speranza di ricevere notizie dai mezzi d’informazione, radio e televisione. Ma tutto è fermo. Si organizzano con delle tute di protezione e attraverso varie peripezie si trovano ad affrontare i misteriosi Kol, ominidi dotati di oltre dieci dita per mano, velocissimi sulle tastiere di computer futuristici e in possesso di conoscenze a noi terrestri lontanissime. Ma hanno un punto debole, imprevedibile. Se hanno paura cominciano a cantare una sorta di ninnananna e muoiono. E i Kol stessi sono sulla Terra per ordine di altri “superiori” che mai compariranno fisicamente, chiamati in modo inquietante “Loro”. Galvez è un uomo semplice, ma coraggioso. Con debolezze, di solito sconosciute ai grandi eroi, con momenti di scoramento che sembrano spingerlo ad abbandonare la lotta, così come potrebbe fare l’ottusità dei pochi militari argentini sopravvissuti. Ma, al di là del combattere gli extraterrestri, lui sente soprattutto il dovere di proteggere la sua famiglia, senza lasciare il minimo spazio alla retorica. E dà l’impressione che se dovesse scegliere e sacrificare una tra la moglie e la figlia, per un ulteriore senso di come si “deve essere”, privilegerebbe la piccola.
È un uomo concreto, per cui in breve tempo la sua leadership sui sopravvissuti diventa evidente. E saranno proprio i suoi amici, fedeli fino all’ultimo, a sacrificare la loro vita per salvare quella della famiglia Galvez. Salvare? Forse.

Juan “perde” per l’ennesima volta Elena e Marta. E si ritrova proiettato – grazie ad una macchina del tempo in un veicolo spaziale - in un ambito a lui totalmente estraneo, nell’inspiegabile Continuum quattro, un’altra dimensione dove incontra un Kol vecchissimo – e qui, chissà se è casuale, le rocce alle spalle dell’extraterrestre appaiono come le ali di un angelo. Il Kol lo aiuta a viaggiare di nuovo nello spazio e nel tempo, da un continuum all’altro, attraverso mondi indescrivibili, finché Galvez si ritrova a Buenos Aires, seduto davanti ad uno sceneggiatore di fumetti a raccontare le sue peripezie. E si rende conto che è avanti nel tempo rispetto alla nevicata. Corre a casa e nel momento in cui entra in contatto con la moglie e la figlia dimentica tutto. Oesterheld pensa che si tratti di un folle “inventore di storie”, ma gli passano davanti i tre amici che stanno andando a casa Galvez e… comincia a nevicare.

Dovrebbe tornarci il senso d’angoscia. Ma le parole del Kol/angelo ci danno invece un senso di speranza: “ci sono nell’universo specie di esseri più intelligenti dell’uomo, altre meno. Ma abbiamo tutti in comune una cosa: lo spirito … come tra gli uomini, al disopra dei vincoli di famiglia e di patria, vi è un sentimento di solidarietà tra tutti gli esseri umani”. E solo due anni fa, la moglie di Oesterheld ebbe modo di dichiarare: “nell’opera si anticipò quella lotta nella quale tutti dobbiamo impegnarci: il rispetto della vita, al di là dei condizionamenti, delle idee politiche, delle classi sociali”.

di FABIO D'AMELIO

giovedì, aprile 10, 2008

contro l'anomalia

La classe operaia, sempre più disperatamente ancorata all'aspirazione verso uno status "borghese", va a braccetto con le siure impellicciate che distribuiscono tartine canticchiando "Silvio, Santo Subito…". I giovani sono attratti dai manganelli della Destra più reazionaria e dalle pistole ad acqua che Bossi cerca di svendere dal suo gerontocomio. Ora, amici, ci troviamo ad un bivio: qui non è più questione di "destra" e "sinistra". E' divenuto fondamentale impedire che l'anomalia Berlusconi governi nuovamente l'Italia, tenendo sotto il giogo Fini e imboccando Bossi all'ora del brodino. E' il Piazzista delle Libertà che ci ha portati non più a votare per un ideale, ma solo a scagliarci l'un contro l'altro armati. Tolta questa piaga dal Paese, forse, rimboccandoci TUTTI le maniche, potremo vedere di far qualcosa per questa Italia, sempre più simile all'Argentina. Giusto con qualche Reality Show in più. Per queste ragioni, e per altro ancora, il mio Blog non vota per Berlusconi.

giovedì, gennaio 03, 2008